Il mio 11 settembre

“Mario… ma… sei collegato anche tu sul server dove sto’ lavorando io?”

“No… perché dovrei?”

“Boh… è strano, stavo lavorando tranquillamente… ma adesso la macchina mi risponde lentamente. Ricontrollo meglio… “

“forse hai mandato in loop il programma e sta consumando tutta la CPU…”

“No… il programma gira normalmente… è la rete che è diventata lentissima. Ma che sta succedendo?”

“…che sta succedendo? sicuramente l’Ing. ****** sta facendo casino sulla rete. Guarda è lento tutto, pure la posta interna. internet… poi non ne parliamo !!!”

E’ iniziato così il mio 11 settembre. Ricordo perfettamente quel giorno. La mattina ero andato in Videocolor come tanti altri giorni. Oramai era diventata una prassi: non passavo neanche per l’ufficio, ma andavo direttamente nello stabilimento. Dovevo terminare il debug di un programma che stava dando problemi e, per non dover lavorare in piedi, scomodo, in mezzo ai cinescopi “caldi”, mi ero fatto ospitare nell’ufficio di Mario.

Mario gestiva i databases Oracle dell’azienda. Aveva un ufficio tutto suo, non stava negli open space che iniziavano a diventare comuni anche in Videocolor. Mi lasciava un pò di spazio, un attacco di rete e mi permetteva di lavorare in un ambiente silenzioso e, tutto sommato, confortevole.

Quel giorno avevo lavorato per diverse ore, senza nessun problema… ma improvvisamente la rete era diventata così lenta che dopo un pò di tentativi, decisi di andare via e di riprovare il giorno seguente. Mario mi aveva convinto che i suoi colleghi che gestivano la rete avevano creato qualche problema e che era inutile insistere. Rimisi nella borsa il portatile, salutai Mario e mi avviai verso l’uscita.

La Videocolor era un groviglio di corridoi, uffici, reparti. Io non ho mai avuto un grande senso dell’orientamento e anche all’interno dello stabilimento avevo difficoltà a orientarmi. Avevo i miei punti fermi. Uscito dall’ufficio di Mario dovevo passare davanti al responsabile della rete. Era lì, con lo sguardo fisso sul monitor e le dita che correvano veloci sulla tastiera. “Avrà ragione Mario, forse ha fatto qualche casino…” – pensai, vedendolo così indaffarato.

Il secondo punto di riferimento era il tipo dell’ufficio acquisti che gioca a solitario: era un signore avanti con l’età, probabilmente vicino alla pensione… l’ho sempre visto giocare al solitario con il PC, neanche si nascondeva più. Tutti sapevano quale era la sua occupazione principale. Quel giorno non era al suo posto.

Poi passavo vicino alla stanza del caffé. In tutta la Videocolor c’erano diverse stanze adibite a zona di ricreazione: c’erano le macchinette del caffé, i distributori automatici di bevande e snack, qualche panchina e un televisore, con tanto di cinescopio rigorosamente prodotto ad Anagni. Queste stanze erano a disposizione dei dipendenti, per una pausa caffé confortevole. Lì iniziai a capire che era successo qualcosa di grave. La stanza era piena di gente. Troppa gente. Qualcuno rimaneva fuori e fissava il televisore guardando attraverso le pareti vetrate. Nessuno parlava, erano tutti attenti. Tutti cercavano di capire. Mi avvicinai anche io e vidi quell’immagine che è diventata l’emblema del nostro secolo: il World Trace Center colpito da un aereo di linea.

Immagine da world-for-travel.blogspot.com

Non riuscivo a sentire bene l’audio del televisore. Scorrevano le immagini della CNN, con i titoli in inglese… Chiesi ad un signore: “Cosa è successo ?”

“Un aereo di linea è andato a sbattere contro un grattacielo in America… Non si capisce se è stato un errore del pilota o un dirottamento…” 

Un aereo di linea contro un grattacielo? Come può essere così imbranato un pilota per andare contro un grattacielo? Un dirottamento? E quale pilota, se pur minacciato, farebbe schiantare l’aereo contro un grattacielo? Non capivo. Un altro signore mi disse: “Pare che siano addirittura due gli aerei… Hanno usato gli aerei come missili…”

Chi ha usato gli aerei come i missili? Mi vergogno quasi a dirlo… ma pensai ai Russi… Ma no, la Russia no, neanche esiste più! Allora qualche pazzo.

Immerso nei miei pensieri, continuai a camminare lungo i lunghi corridoi della videocolor. Ovunque ci fosse un televisore, c’era gente che guardava le stesse immagini.

Arrivai finalmente alla macchina. Accesi la radio. Stessa storia. Tutti parlavano di questi due aerei. Qualche commentatore radiofonico pronunciò la parola “Terroristi”.

La mia fidanzata era andata a Roma, all’università. La chiamai. Stava bene, era tornata a casa e anche lei stava guardando la TV in cerca di risposte.

Tornai in ufficio. Massimo, il mio capo, mi disse: “Hai visto che è successo?”

Subito dopo di me arrivò Alessandro, ricordo benissimo le sue parole: “Avete sentito, le Torri Gemelle sono crollate. Non ci sono più… hai capito? Niente, non esistono più”

Tutti i miei colleghi stavano in sala riunioni, davanti al quel televisore Mivar (con cinescopio rigorosamente Videocolor).

Rimasi un pò lì anche io e poi andai nel mio ufficio. Internet era incredibilmente lento: in ufficio la connessione ad internet era sempre stata veloce. Quel giorno no. Qualsiasi sito di news visitassi era lentissimo. Avevo l’impressione che anche google fosse lento.

Rimasi in ufficio fino verso le 9:00 di sera. Un pò lavoravo, un pò cercavo di capire.

Terroristi? Ma chi sono? Cosa vogliono? Al-Qaida che roba è ? Osama Bin Laden ?

Tornai a casa, vivevo ancora con i miei genitori, mi sarei sposato l’anno seguente. I miei erano già a letto e guardavano uno dei tanti programmi, con le immagini in diretta da New York.

La mia cena era sul tavolo. Accesi la TV della cucina. I fatti oramai erano chiari. Si sapeva cosa era successo. Ma, pur capendo l’enorme gravità dell’accaduto, non mi rendevo conto che quell’evento avrebbe cambiato per sempre la storia. Era una di quelle cose che i nostri figli avrebbero letto sui libri di storia.

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